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Algoritmi, credito e responsabilità: chi risponde delle decisioni automatiche?

Con l’entrata in vigore dell’AI Act e l’uso crescente di modelli di Intelligenza Artificiale nelle decisioni di credito, il nodo non è più se usare l’algoritmo, ma come governarne l’impatto su diritti, equità e responsabilità.

Negli ultimi anni abbiamo vissuto una progressiva trasformazione del mondo del credito. Strumenti tecnologici sempre più sofisticati sono entrati nei processi di valutazione, monitoraggio e pricing del rischio.

Oggi, l’adozione dell’Intelligenza Artificiale è una realtà consolidata, con modelli di machine learning utilizzati sia per assegnare un punteggio creditizio, sia per automatizzare decisioni cruciali su affidamenti, condizioni e monitoraggio dei portafogli. Questo cambiamento non può essere trattato come una semplice evoluzione operativa, ma comporta implicazioni profonde sui diritti dei cittadini e sulle responsabilità degli intermediari.

Con l’entrata in vigore dell’AI Act, l’Unione europea ha portato a compimento la prima grande regolamentazione internazionale sull’uso dell’AI. La legge classifica come “sistemi ad alto rischio” tutti i meccanismi automatizzati che incidono su scelte rilevanti per le persone e per le imprese. La normativa impone trasparenza, supervisione umana e responsabilità nel loro sviluppo e impiego.

Sotto la superficie normativa si nasconde un tema più profondo di fiducia sociale. Se un algoritmo decide chi ha accesso alle risorse finanziarie, su quali basi vengono raccolti e pesati i dati? Come viene garantita l’equità tra gruppi socioeconomici? E soprattutto, chi risponde quando un modello, pur “tecnicamente corretto”, produce risultati distorti o ingiusti?

Secondo un rapporto OECD sul ruolo dell’AI nella finanza, l’uso di modelli automatizzati può esacerbare rischi preesistenti nel sistema finanziario se non è accompagnato da adeguati meccanismi di controllo, intervento umano e supervisione regolatoria. La maggior parte dei paesi che hanno partecipato all’indagine ha rilevato l’assenza di normative specifiche, evidenziando la necessità di orientamenti più chiari per assicurare che i sistemi AI siano giusti, trasparenti e affidabili.

Il cuore della questione è qui: nonostante l’efficienza e la capacità predittiva dei modelli, la delega totale alle macchine nei processi decisionali presenta rischi reali di bias, discriminazioni involontarie e mancanza di trasparenza, soprattutto se modellati con dati incompleti o non rappresentativi. In ambito creditizio, questo potrebbe tradursi in esclusioni ingiustificate o in decisioni non spiegabili ai richiedenti, minando la fiducia nel sistema.

Il recente quadro normativo europeo, così come interpretato dalle autorità, non trova contraddizioni insanabili tra l’AI Act e la normativa bancaria esistente. Tuttavia, la vera sfida non è solo tecnica, bensì culturale ed etica. Governare modelli ad alto rischio significa integrare discipline di governance robuste, con audit indipendenti, metriche eque e paritarie, e reale supervisione umana in grado di “disinnescare” output inaccettabili a livello sociale.

Il dibattito che ne deriva investe tre grandi questioni:

  1. Responsabilità: quando un modello errato o discriminatorio viene usato, chi risponde? Il fornitore tecnologico? La banca? Il risk manager? La normativa spinge verso una supervisione umana, ma l’efficacia di questa tutela resta da verificare nella pratica.
  2. Equità e trasparenza: come garantire che i processi automatizzati non riproducano o amplifichino le disuguaglianze esistenti? L’obbligo di spiegabilità e reportistica introdotto dall’AI Act è un passo importante, ma non garantirà da solo equità sostanziale.
  3. Governance del rischio: oltre alla tecnologia, serve un approccio che integri competenze multidisciplinari — legali, etiche, economiche — nel design e nell’uso di sistemi AI, per assicurare che la decisione finale non sia mai “solo un algoritmo”.

In conclusione, la vera posta in gioco non è se usare o meno l’Intelligenza Artificiale nel credito, ma come governarla responsabilmente, perché un sistema finanziario moderno non può prescindere dall’innovazione, ma nemmeno ignorare le conseguenze sociali delle sue applicazioni. La vera responsabilità è umana e questa è la sfida che istituzioni, regolatori e operatori devono accogliere insieme, con urgenza.

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