Nel 2025 l’uso dell’IA generativa cresce in tutta l’UE, ma con forti squilibri. L’Italia è ancora poco reattiva, soprattutto in ambito lavorativo e nei percorsi formativi.
Nel 2025, l’intelligenza artificiale generativa entra stabilmente nella vita digitale degli europei, ma con velocità molto diverse: secondo Eurostat, quasi un cittadino su tre nell’Unione europea utilizza già strumenti di IA, mentre l’Italia rimane tra i Paesi con i tassi di adozione più bassi.
I dati Eurostat
Entrando nel dettaglio, i dati Eurostat indicano che nel 2025 il 32,7% della popolazione UE tra i 16 e i 74 anni ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa: in particolare applicazioni in grado di produrre testi, immagini, musica o codice, come i chatbot basati su modelli linguistici avanzati.
L’adozione avviene prevalentemente in ambito personale (25,1%), a conferma di una diffusione “bottom-up” guidata dall’uso quotidiano. Seguono l’impiego professionale (15,1%) e quello nella formazione e istruzione (9,4%), contesti in cui l’AI inizia a essere percepita come leva di produttività.
Un’Europea a due velocità
Il quadro europeo è tutt’altro che omogeneo. I livelli di utilizzo più elevati si registrano nei Paesi del Nord e in alcune economie digitalmente mature del Baltico e del Mediterraneo:
- Danimarca: 48,4%
- Estonia: 46,6%
- Malta: 46,5%
All’estremo opposto si collocano invece:
- Romania: 17,8%
- Italia: 19,9%
- Bulgaria: 22,5%
La distribuzione evidenzia un netta frattura all’interno dell’UE: da un lato Paesi con ecosistemi digitali avanzati, forte alfabetizzazione tecnologica e politiche pubbliche favorevoli; dall’altro economie dove l’adozione dell’IA procede con maggiore cautela.
AI nella formazione: Italia agli ultimi posti
Nella mappa europea, l’Italia si posiziona tra i fanalini di coda, con un tasso di utilizzo dell’IA generativa pari al 19,9%. Percentuale ben al di sotto della media UE. La destrutturazione del dato evidenzia criticità diffuse:
- 13,4% degli italiani utilizza l’IA per finalità personali;
- 6,0% la impiega in ambito lavorativo;
- 3,1% la utilizza in contesti educativi.
Proprio il dato sull’istruzione appare particolarmente rilevante: l’Italia è tra i Paesi con minore integrazione dell’IA nei percorsi formativi, a fronte di una media europea del 9,4%. Un segnale che riflette difficoltà strutturali nell’innovazione didattica, sia nelle scuola obbligatoria e superiore, sia negli atenei universitari.
AI e imprese italiane: adozione limitata
Anche sul fronte professionale, nel Bel Paese l’adozione dell’intelligenza artificiale resta limitata. Uno scenario che riflette un ecosistema imprenditoriale e industriale ancora “immaturo”, poco aperto all’integrazione di strumenti capaci di aumentare efficienza, produttività, creatività e capacità analitica.
Le ragioni vanno ricercate in una molteplicità di fattori, in primis la carenza di competenze digitali avanzate, la dimensione ridotta delle imprese, oltre a investimenti tecnologici discontinui e a una cultura dell’innovazione che fatica a tradursi in applicazioni concrete. In un contesto europeo che accelera, il rischio per l’Italia è quello di allargare ulteriormente il gap competitivo proprio su una tecnologia destinata a ridisegnare profondamente processi produttivi, formazione e modelli di business.









