L’economia globale ha vissuto una fase di rallentamento nel 2025, ma senza scivolare in una recessione vera e propria. E nel 2026 cosa accadrà? Quali sono le previsioni per l’Eurozona?
USA e Cina crescono ma il futuro rimane incerto
In base alle stime dell’outlook di Bank of America la crescita risulta ancora solida a livello globale (3,4% nel 2025, 3,3% nel 2026, 3,4% nel 2027), sostenuta soprattutto da Stati Uniti e Cina, a fronte di un’Europa rallentata da una ripresa debole e disomogenea.
Negli Stati Uniti, la crescita del PIL è attesa al 2% nel 2025, per poi arrivare al 2,4% nel 2026 (2,1% nel 2027), grazie a una combinazione di stimolo fiscale, investimenti legati all’intelligenza artificiale e agli effetti ritardati dei tagli dei tassi della Fed. L’inflazione resta però più alta rispetto al target, mantenendo la Federal Reserve su un sentiero di allentamento monetario molto graduale, con una previsione di un doppio taglio dei tassi, a giugno e luglio 2026.
La Cina continua a crescere intorno al 5% nel 2025, in un contesto di inflazione prossima allo zero o addirittura negativa nel breve periodo, segnale di un eccesso di capacità produttiva e di una domanda interna ancora fragile. Per il 2026 si stima invece una crescita del 4,7% e nel 2027 del 4,5%.
Eurozona: inflazione sotto controllo e rallentamento economico
L’area euro si trova in quello che BofA definisce un “uncomfortable good place”: l’inflazione scende sotto il target, ma la crescita rimane bassa. Il PIL è previsto in aumento dell’1,4% nel 2025, per poi rallentare all’1% nel 2026, prima di tornare all’1,4% nel 2027.
Sul fronte dei prezzi, l’inflazione è attesa al 2,1% nel 2025 e in rallentamento all’1,6% nel 2026 (1,8% nel 2027). Di conseguenza gli economisti BofA stimano un unico possibile ulteriore taglio dei tassi a marzo 2026.
E l’Italia? Per il nostro Paese si stima una crescita dello 0,5% nel 2025, dell0 0,7% nel 2026 e dello 0,9% nel 2027.
Imprese, banche e credito: il peso dell’incertezza
Uno dei segnali più delicati riguarda il tessuto produttivo europeo. L’indice di fragilità delle imprese non finanziarie è tornato in territorio “vulnerabile”, a causa del rallentamento dell’attività e dal calo della redditività.
La domanda di credito resta debole, penalizzata dall’incertezza economica che induce le banche a una maggiore prudenza e le imprese a ponderare gli investimenti.
Sul quadro pesano diversi rischi, come la riduzione della liquidità globale, le tensioni geopolitiche e la possibile ripresa delle guerre commerciali, che potrebbero influenzare i prezzi delle materie prime e le catene di approvvigionamento globali.
In Europa, inoltre, l’aumento della spesa per la difesa potrebbe tradursi in un incremento del debito pubblico tra il 2,4% e il 4% del PIL entro il 2030, sollevando interrogativi sulla sostenibilità fiscale, in particolare per alcuni paesi.
Del contesto macroeconomico e dell’andamento del credito abbiamo parlato con Chiara Angeloni, Director & Europe Economist di BofA Global Research.
Dalla vostra analisi emerge che l’incertezza sta avendo importanti ripercussioni sulle intenzioni di investimento delle imprese e sull’andamento del credito bancario aggregato, in particolare nell’eurozona.Ritiene che nel 2026 e 2027 le banche saranno indotte a concedere meno credito e/o le imprese a diminuire la richiesta?
Nonostante l’incertezza globale dovrebbe restare elevata, ci aspettiamo una correzione al ribasso rispetto ai livelli visti quest’anno e questo dovrebbe facilitare il processo di ripresa economica. Specificamente sul credito, in coerenza con il nostro macro outlook, il nostro team di analisti focalizzato sul credito europeo si aspetta una lieve ripresa della crescita dei prestiti, con tassi stabili su livelli più bassi. Una crescita dei prestiti a cifra singola (<3%) riflette infatti una crescita economica contenuta e una relativa riluttanza ad ampliare il rischio di credito ad alta intensità di capitale.
Con criteri più selettivi da parte delle banche nella concessione di credito, possiamo immaginare che le imprese si rivolgeranno maggiormente a canali non bancari per accedere a risorse economiche, per esempio al private debt o altre forme di finanziamento alternative?
Le banche hanno lasciato campo libero al private credit per continuare a crescere. I dati di Preqin mostrano, ad esempio, raccolte di capitale per il private debt pari a 62 miliardi di dollari a ottobre, in aumento rispetto ai 45 miliardi del 2024. Secondo i nostri analisti le banche sono sempre più partner di questa tendenza, piuttosto che concorrenti.
Quali settori aziendali appaiono oggi più esposti a un deterioramento della redditività e della solvibilità nello scenario di crescita debole delineato dal vostro outlook?
Abbiamo segnalato gli industriali e i chimici come settori a rischio di compressione dei margini di profitto. Vediamo infatti l’erosione dei margini come la principale minaccia ai fondamentali per il prossimo anno. Dopo la guerra tariffaria di quest’anno, i flussi commerciali globali sono cambiati e le esportazioni cinesi verso l’UE sono aumentate. In relazione a questo, i dati recenti sugli utili mostrano che il peggioramento dei margini sta accelerando proprio nel settore degli industriali. Al contrario, healthcare e real estate hanno registrato sviluppi dei margini decisamente più incoraggianti negli ultimi mesi.
Abbiamo parlato in generale dell’economia dell’eurozona, sul fronte dell’Italia ci sono aspetti rilevanti e peculiari da tenere in considerazione?
Per l’Italia ci aspettiamo un profilo di crescita moderato ma in graduale miglioramento. Nel breve periodo, la ripresa dovrebbe essere trainata soprattutto dai consumi privati, sostenuti dal miglioramento dei redditi reali, mentre il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dovrebbe continuare a sostenere gli investimenti. Dal secondo semestre del 2026, anche la domanda esterna – aiutata da alcuni spillover positivi dalla Germania – dovrebbe fornire un ulteriore contributo. Riteniamo comunque che la fase di sovraperformance dell’Italia rispetto all’area euro sia ormai terminata.
Sebbene l’Italia goda attualmente di una relativa calma sul fronte politico e fiscale, il 2026 porterà una rinnovata attenzione dei mercati sull’attuazione del PNRR. Inoltre, sorgeranno interrogativi sul suo impatto duraturo sul potenziale di crescita: superare questa prova sarà, a nostro avviso, cruciale per il sentiment degli investitori verso l’Italia.










