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Il coronavirus riduce del 30% le nuove procedure fallimentari

Ma lo stock di pratiche diminuisce solo del 7%. Lo rileva Cherry Sea, l’osservatorio di Cherry Bit

Con la chiusura dei tribunali del 2020 dovuta al coronavirus, le  pratiche fallimentari aperte sono scese del 30% rispetto al 2019 e quasi nessun tribunale ha recuperato. Solo Padova nel 2020 ha chiuso lo stesso numero di procedure fallimentari del 2019; Roma ne ha archiviate il 17% in meno; Monza ne ha concluse 40% in meno, nonostante il crollo del 35% delle procedure aperte. Sono i numeri snocciolati il 22 aprile scorso da Cherry Sea, l’innovativo osservatorio di Cherry Bit, la piattaforma di intelligenza artificiale sviluppata da Cherry srl per la valutazione dei portafogli dei crediti deteriorati fondata lo scorso anno da Giovanni Bossi.




Il clearance rate (rapporto tra il numero di procedure chiuse e aperte) è stato positivo e maggiore del 100% per tutti i tribunali. “Significa che sono state chiuse più procedure di quelle aperte, e questo ha comportato riduzione delle procedure pendenti. Ma il parametro è però influenzato dalla penuria di procedimenti aperti”, ha precisato Giacomo Fava, lead artificial intelligence engineer di Cherry. Tutti tribunali hanno ridotto lo stock di procedure pendenti, ma il calo è stato minore rispetto alla riduzione delle pratiche sopravvenute:  si va dal -14% di Palermo al -2% di Monza, Firenze e Cagliari. Le procedure pendenti a fine 2020 sono 77 mila circa, contro le 83 mila di fine 2019, con una variazione del 7% circa. Milano e Roma hanno più pratiche pendenti, però sono anche sede dei tribunali dove sono aperte più pratiche. Monza si posiziona anche all’ultimo posto della classifica dei tribunali che hanno ridotto in percentuale minore il proprio stock di procedure: il tribunale lombardo nel 2020 ha inciso su appena il 2% delle pratiche pendenti, stesso risultato di Cagliari e Bari, che pure nel corso dell’anno hanno aperto il 40% di pratiche in meno. Il disposition time, ossia il tempo necessario a smaltire procedimenti pendenti se si procedesse coi ritmi correnti, è virtualmente sceso, ma per la maggior parte dei tribunali il tempo necessario a smaltire lo storico delle procedure depositate è aumentato.

Per Giovanni Bossi, fondatore di Cherry srl, nel 2020 il lockdown ha paralizzato l’afflusso di nuove procedure fallimentari (perché i tribunali erano chiusi e perché nessuno osava avanzare istanze di fallimento). Inoltre, l’attività dei tribunali è stata bloccata per 3-5 mesi.  Infine, è arrivata la moratoria sui crediti a fermare l’afflusso di pratiche fallimentari. Bossi ha sottolineato in merito: “Ogni procedura fallimentare aperta significa risorse finanziarie (attivi e passivi fallimentari) e umane bloccate e non messe a disposizione dell’economia, per un valore di svariati miliardi di euro”.

Il fondatore di Cherry ha auspicato che le istituzioni facciano quanto possono per terminare le moratorie sui crediti in modo equilibrato e non repentino. In ogni caso, si aspetta una salita dei fallimenti dopo la fine della moratoria e, più in generale, che “le cose andranno peggio prima di andare meglio”. In merito alle conseguenze modifica in atto della normativa sulle crisi d’impresa, ritenuta da molti prociclica, Bossi si augura che ci saranno “conseguenze positive, fermo restando che non ha senso tenere in vita le imprese zombie. E dal nostro osservatorio, vediamo che molte imprese sono entrate in moratoria, ma non danno segni di vita”.

Quel che è certo è che alla fine della moratoria, le reti di imprese e le pmi avranno consumato una parte del loro patrimonio per sopravvivere. “Bisognerà vedere quali modelli di business saranno adeguati a sopravvivere in futuro. Le banche dovranno discernere quali aziende hanno un modello di business sostenibile, cui dare credito”, chiosa Bossi. A proposito di banche, in merito alla proposta di legge sul giubileo bancario, il fondatore di Cherry ha avvertito: “In Italia il debitore è più tutelato del creditore. La proposta di legge sul giubileo bancario sposta l’equilibrio ancora più a favore del debitore. E tanto più si sposta l’equilibrio verso di lui, tanto più si disincentiva il creditore a erogare credito, visto che non riesce a recuperare i debiti pregressi”.




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