Nel sistema contributivo puro è previsto un terzo requisito essenziale: l’assegno maturato deve raggiungere almeno l’importo dell’assegno sociale. Chi ha avuto carriere discontinue o retribuzioni basse rischia di non soddisfarlo.
Nel sistema contributivo, non sempre aver maturato vent’anni di versamenti e aver raggiunto i 67 anni di età sono criteri sufficienti per accedere alla pensione di vecchiaia. A fare la differenza non è la durata della contribuzione, bensì il valore economico dell’assegno maturato: se questo non raggiunge la soglia minima prevista dalla legge (che vedremo più avanti), l’INPS può respingere la domanda.
È quanto accade a chi rientra interamente nel sistema contributivo, ovvero chi ha iniziato a versare contributi dopo il 31 dicembre 1995 e ha avuto una carriera caratterizzata da lavori saltuari o retribuzioni contenute. È il caso ad esempio di Stefano, elettricista di 67 anni con quasi 21 anni di contributi, citato da Brocardi.it: rivoltosi a un patronato, ha scoperto che la sua domanda di pensione non poteva essere accolta.
Il vincolo del requisito economico
Per i lavoratori che hanno iniziato a versare contributi prima del 1996, la pensione di vecchiaia a 67 anni con almeno 20 anni di contribuzione è accessibile senza condizioni sull’importo dell’assegno. Per i contributivi puri, invece, la normativa aggiunge un requisito economico: la pensione calcolata deve essere pari almeno all’assegno sociale. Nel 2025 la soglia era fissata a 538,69 euro mensili, mentre nel 2026, dopo la rivalutazione, è salita a 546 euro al mese.
Raggiungere tale somma con soli vent’anni di versamenti non è così automatico. Il sistema contributivo converte i contributi versati in montante previdenziale, rivalutato in base all’andamento del PIL. Chi ha avuto periodi di inattività, contratti discontinui o retribuzioni sotto la media accumula un montante ridotto, che può generare un assegno inferiore al minimo richiesto.
In sintesi dunque, attualmente, i requisiti essenziali per poter ottenere la pensione di vecchiaia, con il sistema contributo puro, sono tre e devono devono essere tutti soddisfatti contemporaneamente:
• Età: almeno 67 anni
• Contributi: almeno 20 anni effettivi
• Importo dell’assegno: pari o superiore all’assegno sociale (546+ euro/mese nel 2026)
Va inoltre sottolineato che le pensioni interamente contributive non beneficiano dell’integrazione al trattamento minimo, né delle maggiorazioni sociali previste per gli altri regimi. Ciò rende l’impresa ancora più ardua per chi ha versato pochi contributi o ha percepito retribuzioni ridotte.
L’opzione assegno sociale
Per coloro che non riescono a soddisfare il requisito economico, esiste la possibilità di richiedere l’assegno sociale. Si tratta però di una prestazione assistenziale, non previdenziale, soggetta alla cosiddetta “prova dei mezzi”, ovvero a rigidi limiti reddituali. In concreto, per una persona sola, può essere erogato solo se il proprio reddito non supera l’importo annuo dell’assegno stesso. In questo caso, l’assegno viene versato in misura proporzionalmente ridotta alle somme guadagnate. Ciò rende poco conveniente svolgere attività lavorative regolari, se l’obiettivo è integrare il reddito con l’assegno.
Alternativa: attendere i 71 anni
Per i contributivi puri esiste una seconda opzione: attendere i 71 anni. A quell’età è possibile accedere alla pensione di vecchiaia senza dover rispettare il requisito dell’importo minimo. Bastano cinque anni di contributi effettivi. È una misura pensata proprio per chi ha versato in modo frammentato e non ha costruito un montante sufficiente entro i 67 anni. L’accesso alla pensione è così garantito, sebbene con quattro anni di ritardo rispetto alla soglia ordinaria.
Tre passi essenziali
A livello generale, può essere utile per tutti i contribuenti verificare in primis con precisione la propria posizione previdenziale, tramite il portale MyINPS o rivolgendosi a un patronato, per conoscere l’importo dell’assegno maturato, prima di presentare la domanda di pensione. In secondo luogo vale la pena valutare il versamento di contributi volontari per aumentare il montante e avvicinarsi alla soglia di legge. Infine è importante verificare se esistono periodi lavorativi non ancora accreditati o la possibilità di riscattare anni utili, come la laurea, che incidono sull’importo finale. La consulenza di un esperto previdenziale resta fondamentale per individuare le azioni più efficaci in relazione alla propria posizione.













