Tra il 2019 e il 2024 si è registrato un gap tra aumento nominale dei salari e quello dei prezzi di oltre nove punti. Il risultato è un inevitabile calo del potere d’acquisto dei lavoratori, che colpisce maggiormente i redditi più alti.
Dal 2014 al 2024, gli stipendi medi in Italia sono cresciuti, sia nel pubblico che nel privato, ma in misura inferiore rispetto agli aumenti dell’inflazione registrati nel medesimo arco temporale. Il risultato è una perdita diffusa di potere d’acquisto. È quanto emerge dall’“Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati”, elaborata dal Coordinamento statistico-attuariale dell’INPS.
L’inflazione cresce più degli stipendi
Entrando nel dettaglio dell’indagine, emerge che nel decennio 2014-2024 le retribuzioni medie dei lavoratori dipendenti privati sono cresciute del 14,7%, raggiungendo nel 2024 quota 24.486 euro annui. Nel pubblico l’aumento è stato dell’11,7%, con una retribuzione media pari a 35.350 euro. Numeri che, a livello assoluto, indicano un miglioramento delle condizioni salariali, ma se confrontati con l’andamento dei prezzi mostrano uno scenario di tutt’altra natura: nello stesso decennio, l’inflazione cumulata ha segnato un +20,8% (indice dei prezzi base 2015=100 secondo l’ISTAT). In termini reali, quindi, i salari non hanno “tenuto il passo”, portando a una riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici.
Retribuzioni vs inflazione: un gap di oltre nove punti
La distanza tra stipendi e inflazione emerge in maniera ancora più evidente se si osservano le sole retribuzioni contrattuali, al netto delle componenti accessorie, come straordinari e premi. Tra il 2019 e il 2024, l’aumento nominale dei salari contrattuali è rimasto indietro, rispetto ai prezzi, di oltre nove punti percentuali. Un dato che evidenzia le difficoltà strutturali dei meccanismi di rinnovo nel garantire una tutela effettiva dei redditi da lavoro.
Redditi alti: i più esposti all’inflazione
L’analisi dell’INPS distingue poi tra retribuzioni lorde e nette. È su questo piano che si osserva una maggiore tenuta delle famiglie a reddito medio-basso. Gli interventi fiscali e contributivi hanno infatti attenuato l’impatto dell’inflazione, arrivando, fino al livello mediano delle retribuzioni, a un recupero quasi completo del potere d’acquisto.
Diverso il quadro per i redditi medio-alti: questi hanno mostrato una maggiore capacità di difesa sul mercato del lavoro, ma senza riuscire a compensare integralmente l’erosione segnata dall’inflazione.
Sindacati: “Urgente la revisione dei modelli contrattuali”
In questo contesto si inseriscono le voci dei sindacati, che denunciano l’urgenza di una revisione profonda della contrattazione collettiva. Su SkyTG24, il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, ha sottolineato come i rinnovi triennali o quadriennali non siano più adeguati a proteggere i salari: la priorità è quella di passare a una contrattazione più frequente, possibilmente annuale, per garantire il recupero dell’inflazione.
Sulla stessa linea il segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, che parla di un confronto aperto con Confindustria e Confcommercio orientato a ridisegnare il modello contrattuale, per contrastare la perdita di potere d’acquisto.
Gender pay gap ancora strutturale
L’indagine conferma anche un altro dato tristemente noto, ovvero quello del divario retributivo di genere. Nel settore privato è decisamente più marcato: nel 2024 la retribuzione media annua delle donne si è attestata a 19.833 euro, circa il 70% di quella maschile, che sfiora i 28 mila euro. È tuttavia doveroso evidenziare che, dal 2014, le retribuzioni femminili sono cresciute più di quelle maschili (+17,5% contro +13,5%), ciononostante il gap resta significativo e solo in parte giustificato dal minor numero di giornate retribuite (240 per le donne, contro 251 per gli uomini).
Produttività limitata e contratti “pirata”
Secondo l’INPS, la dinamica salariale resta strettamente legata alla produttività del lavoro, che in Italia continua a essere frenata da fattori strutturali, come la composizione settoriale, la bassa innovazione tecnologica e la scarsa diffusione della contrattazione di secondo livello.
A ciò si aggiunge, come evidenziato dai sindacati, il tema dei cosiddetti contratti “pirata”, responsabili di esercitare una “pressione al ribasso sui salari”. Secondo Landini, è fondamentale agire su due fronti: rafforzare il ruolo dei contratti nazionali e introdurre una legge sulla rappresentanza che ne estenda l’efficacia erga omnes.










