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In una stagione di dubbi, imparare dai professionisti dell’incertezza

La gestione del credito si prepara e allena per scenari in cui l’assenza di sicurezze è pane quotidiano. Oggi il nostro metodo “sperimentato” andrebbe condiviso. Prima di tutto per riaccendere speranza.

Donald Trump o Joe Biden? Tosse da raffreddamento o da Covid? Coprifuoco o quarantena? Zona rossa, gialla o arancione?
L’incertezza, il dubbio, sono parte della vita (l’ottimismo però ne sarebbe il sale, come affermava tanti anni fa un celebre spot).
E di dubbi ne circolano molti e importanti, nelle ore un cui scriviamo questa riflessione.

Ripartiamo da qui: l’incertezza, il dubbio, sono parte della vita. Soprattutto della vita di chi si occupa di gestione del credito. Al dubbio noi dovremmo essere preparati e allenati. Percorre tutta la filiera, dalla valutazione (sarà solvibile? La situazione cambierà durante la storia del rapporto?) fino alla riscossione (si farà trovare? Raggiungeremo un accordo? Rispetterà il piano di rientro? E così via). Comprese le macroquestioni da super-specialisti (banalizzando: NPL o UTP?).
Dovendo trarre una morale generale, da codesti pensieri, verrebbe da concludere che noi siamo dei professionisti del dubbio. L’assenza di certezze percorre tutta la nostra storia lavorativa e, in qualche modo, è tra i carburanti che fin dalla prima telefonata alimentano il bisogno di ricorrere alle nostre capacità e alla nostra esperienza.

In cosa consiste l’approccio al dubbio, nel nostro lavoro? Verrebbe facile dichiarare: nel fornire risposte sicure, nel ripristinare certezze. Ma, sebbene questo sia l’obiettivo cui tendiamo, ogni giorno, sappiamo bene che così non è, purtroppo o per fortuna. Le situazioni certe – meglio: come le avremmo desiderate – anche alla fine di un lungo percorso, sono rare come un giorno di nebbia ad agosto. Eppure il nostro mestiere è ancora richiesto e le nostre competenze riescono giorno dopo giorno a soddisfare molti di coloro che le richiedono, a infondere sicurezza in un mare agitato di rapporti, ipotesi, incontri e scontri, speranze e delusioni. O almeno così pare.

Come accade? È semplice, quasi banale. Talmente a portata di mano che quotidianamente non ci facciamo forse più caso. Agiamo, nel solco di abitudini, pratiche, policy, ma presi dal quadro specifico non vediamo più, quasi sempre, quella che in inglese si direbbe la big picture, il panorama dal picco della montagna. Noi “funzioniamo” perché diamo ordine al caos. Raduniamo e raccogliamo le possibilità. Accendiamo una luce, seppur fievole, in fondo a una grotta, illuminando un cammino, che potrà ancora essere irto di insidie, false uscite e illusioni ottiche, ma lascia intravvedere un possibile sbocco.

Forse, questa volta, è il nostro mondo, quasi sempre un po’ timido e riservato, quando addirittura non timoroso delle valutazioni e delle reazioni esterne, a poter dare un consiglio agli altri. A cominciare dalle istituzioni e da chi dovrebbe, nell’interesse di tutti, processare l’oggi e organizzare i domani. Ma rivolgendosi anche alle persone, alle famiglie, alle aziende.
Occorre partire da una realtà che conosciamo benissimo: ricorrendo ancora a un simpatico modo di dire americano, shit happens, la “cacca” prima o poi… accade. Ma quando capita, la peggior roadmap possibile è lasciarsi prendere dal panico. Raccogliere tutti i dati, stimare concretamente e francamente danni e possibilità, guardarsi intorno e capire chi, come, cosa far intervenire per ricavare il massimo, anche se poco, da quanto sembra definitivamente compromesso o perduto.
O aprire un nuovo sentiero, una strada cui nessuno aveva pensato prima.
Attivarsi con energia, convinzione, pragmatismo, ordine e disciplina, una volta individuata la via, per arrivare in fondo, per raggiungere quella fiammella tremolante, non importa quali ostacoli ancora ci separino. Come noi sappiamo da sempre, la miglior speranza è quella che si accende quando tutto o molto sembra perduto. Non sarà un minuscolo virus, per quanto feroce, a farci cambiare idea.

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