di:  

TFR all’INPS o in azienda: le nuove regole. Tempi ridotti per il silenzio assenso

Con la legge di Bilancio 2026 cambiano le regole sul TFR: nuove soglie per le aziende, un sistema dinamico basato sulla media dei dipendenti e tempi più stretti per il silenzio-assenso. Tutto quello che c’è da sapere.

La legge n. 199/2025 ha riscritto le regole sul TFR, superando il vecchio criterio “statico” in vigore dal 2006. Fino al 31 dicembre 2025, l’obbligo di versare il Trattamento di Fine Rapporto al Fondo di Tesoreria INPS riguardava le aziende con almeno 50 dipendenti. Da quest’anno entra in vigore un sistema dinamico e progressivo, basato sulla media dei lavoratori impiegati nell’anno solare precedente, con soglie destinate ad abbassarsi nel tempo per coinvolgere una platea sempre più ampia di imprese. A fornire le indicazioni operative è stata la stessa INPS con la circolare n. 12 del 5 febbraio 2026.

Chi deve versare il TFR all’INPS nel 2026

La soglia per il biennio 2026-2027 è fissata a 60 dipendenti. Le aziende che nel 2025 hanno impiegato in media almeno 60 lavoratori sono obbligate a versare il TFR al Fondo di Tesoreria INPS, a partire da quest’anno. Il tetto scenderà poi a 50 dipendenti nel periodo 2028-2031, per arrivare a 40 a partire dal 2031. Per le imprese che già nel 2025 erano soggette all’obbligo – ovvero quelle con un numero di dipendenti compreso tra 50 e 60 – anche nel biennio 2026-2027, dovranno continuare a versare il TFR all’INPS, nonostante la nuova soglia sia stata innalzata a 60.

Come si calcola la forza aziendale

Il parametro che determina l’obbligo di versamento del TFR all’INPS è la media dei dipendenti presenti nell’anno solare precedente. Ai fini del conteggio si includono tutti i lavoratori con contratto di lavoro subordinato, a prescindere dal ruolo. I part-time vengono considerati come unità intera, ma computati proporzionalmente all’orario effettivamente svolto rispetto a quello previsto dal contratto collettivo. Una particolarità di questa normativa riguarda gli apprendisti: a differenza di quanto accade in altri ambiti, sono conteggiati integralmente. I lavoratori intermittenti, invece, concorrono al calcolo in proporzione alle ore effettivamente prestate.

Silenzio-assenso: taglio alle tempistiche

Uno degli interventi più significativi della riforma – come riportato da Il Fatto Quotidiano – riguarda il meccanismo del silenzio-assenso sulla destinazione del TFR. Chi verrà assunto a partire dal 1° luglio 2026 avrà soltanto 60 giorni di tempo per comunicare dove intende destinare il proprio TFR: in azienda, al Fondo di Tesoreria INPS, oppure alla previdenza complementare. In precedenza la finestra temporale era di 180 giorni.

Se il lavoratore sceglie esplicitamente di tenere il TFR in azienda o all’INPS, la sua decisione diventa definitiva. Se invece non esprime alcuna preferenza entro i 60 giorni, scatta automaticamente il silenzio-assenso: il TFR viene trasferito quindi alla previdenza complementare.

Per bilanciare la stretta, la legge introduce due misure compensative. La prima innalza il limite di deducibilità fiscale dei contributi versati alla previdenza complementare da 5.164,57 euro a 5.300 euro annui. La seconda semplifica le condizioni per ottenere un anticipo dal fondo pensione, in particolare per l’acquisto della prima casa o per spese sanitarie rilevanti.

TFR all’INPS o in azienda?

Dal punto di vista della sicurezza patrimoniale, il versamento al Fondo di Tesoreria INPS offre senza dubbio garanzie superiori rispetto alla custodia in azienda. Le somme versate mensilmente all’ente di previdenza nazionale escono definitivamente dal perimetro del patrimonio aziendale: in caso di fallimento dell’impresa, vengono erogate direttamente dall’istituto previdenziale. Il lavoratore non deve pertanto attendere i tempi delle procedure concorsuali, né sperare nell’esistenza di beni pignorabili.

Se invece il TFR viene lasciato in azienda, nel momento in cui l’impresa diventa insolvente, il lavoratore deve insinuarsi al passivo del fallimento. In questo caso interviene comunque il Fondo di Garanzia INPS, ma l’iter burocratico è significativamente più lento e complesso. Una differenza tutt’altro che trascurabile, soprattutto in un contesto di incertezza economica come quello attuale.

CONDIVIDI QUESTO ARTICOLO!