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Il 60% degli Npl italiani provengono da grandi aziende

Lo rileva il rapporto della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani) sulle sofferenze bancarie

La maggioranza dei crediti deteriorati italiani, il 60%, sono di importo superiore a 500 mila euro. Nel dettaglio, al 4,39% dei clienti (22 mila soggetti su oltre mezzo milione complessivo) sono riconducibili crediti non rimborsati pari a oltre 28 miliardi sul totale di 48 miliardi.

Lo rileva una ricerca della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), presentata a inizio ottobre. Secondo Lando Sileoni, segretario generale dell’associazione, dietro questo dato si celano i rapporti personali tra i banchieri e le imprese italiane, per cui il credito è sovente di natura “relazionale”. Proprio per questo tipo di comportamenti, le sofferenze delle banche sono prodotte da pochissimi, grandi soggetti. Insomma, non sono le famiglie, con le rate dei mutui o del credito al consumo, a mettere in difficoltà gli istituti di credito italiani. “E sarebbe interessante approfondire quali sono i reali motivi che spingono le banche a rischiare così tanto verso chi poi dimostra di non avere i requisiti per non restituire i prestiti.  Il fintech consentirebbe l’accesso al credito determinato dai sistemi informatici, ma è ostacolato proprio dalle banche che vogliono continuare ad avere mani libere nell’erogazione del credito solo a determinati soggetti. Questo è un tema conosciuto da molti ma che volutamente non e’ stato mai affrontato con risolutezza, convinzione e determinazione”, ha denunciato Sileoni.




Tuttavia a livello generale, i grandi debitori hanno visto diminuire nell’anno del coronavirus la quota sul totale delle sofferenze mentre è aumentato quella dei prestiti di importo minore. Questa è la “spia di una situazione, quella cagionata dall’emergenza sanitaria, che ha pesato maggiormente sui piccoli clienti degli istituti di credito e un po’ meno sui grandi debitori”, scrive la Fabi.

“Tra marzo 2020 e marzo 2021, sono lievemente salite le percentuali di sofferenze relative a prestiti di importo più contenuto: probabilmente si tratta di un indicatore significativo delle maggiori difficoltà registrate per le fasce di clientela più piccola, proprio nell’anno della pandemia, nel restituire i finanziamenti e a saldare le rate in banca”.

I dati rivelano che i piccoli prestiti personali, quelli fino a 30.000 euro, valgono il 5,12% del totale delle sofferenze contro il 4,62% di un anno fa; i finanziamenti fino a 75.000 euro sono saliti dal 5,29% al 6,03%, mentre per quelli fino a 125.00 euro l’incidenza sul totale è passata dal 5,65% al 6,53%. Ad appena 126 soggetti si riferiscono ben 2,9 miliardi di crediti deteriorati relativi a prestiti oltre 25 milioni di euro: allo 0,02% della clientela, quindi, fa capo il 6,12% delle sofferenze. 

Per la Fabi, “decine di migliaia di piccole/medie imprese e ditte familiari saranno a rischio nei prossimi anni e quando le misure d’emergenza nazionali ed europee cesseranno i loro effetti, le banche dovranno farsi trovare pronte a gestire le probabili nuove ondate di non performing loan e supportare – laddove possibile – il tessuto economico e sociale”. Anche perché, con quasi 300 miliardi di euro di prestiti sottoposti a moratoria, l’Italia vanta insieme al Portogallo il primato europeo degli stop ai pagamenti.

Inoltre, il nostro Paese vanta uno scarso 34% delle moratorie concesse scaduto a fine 2020, contro l’80% in Francia e Germania e il 65% a livello europeo. “Vista la quota relativamente ancora alta di prestiti ancora soggetti a moratoria e le consistenti misure di supporto alla liquidità ancora in essere, è ragionevole immaginare che la qualità dei prestiti del settore bancario è destinata a ridursi già nel 2022”, dice la ricerca. La vera sfida sarà garantire una tutela equa per tutti i consumatori, la cui prima linea di difesa dal rischio di insolvenza dovranno essere le banche stesse con una gestione proattiva dei crediti, il cui mantra dovrà essere: “anticipare, gestire e non far fallire”.




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