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Standard & Poor's

Standard & Poor’s: nel 2023 i tassi d’insolvenza raddoppieranno al 3%

Inflazione, sicurezza energetica e incertezza geopolitica comporteranno un deterioramento del credito verso la fine dell’anno e nel primo trimestre del 2023

Il calo dei redditi e l’aumento del costo della vita potrebbero frenare la domanda dei consumatori, erodendo i margini delle aziende. Se a questo vi si aggiunge un inasprimento delle condizioni di finanziamento e operative, “le imprese, soprattutto quelle più vulnerabili, potrebbero risentire delle tensioni nel corso dell’anno”. È quanto emerso dal report Global Ratings di Standard & Poor’s in merito alle condizioni del credito globale nel terzo trimestre del 2022. L’agenzia di rating stima che i tassi di insolvenza negli Stati Uniti e in Europa raddoppieranno al 3% nel primo trimestre del 2023, raggiungendo potenzialmente il 5%, 6% in uno scenario negativo.

Il report ha evidenziato che finora la qualità del credito ha continuato a mostrare segni di resilienza. Tuttavia, gli analisti prevedono che tale aspetto “sarà messo alla prova, sempre di più, verso la fine dell’anno e nel 2023”, considerato il deterioramento delle prospettive macroeconomiche, l’inflazione ancora elevata e il repricing del rischio. I rischi principali sono l’inflazione, la sicurezza energetica e l’incertezza geopolitica, che potrebbero minare il commercio globale e la crescita economica. Altri fattori di rischio derivano dal fatto che i governi privilegiano la sicurezza energetica e l’accessibilità economica rispetto alla sostenibilità nel breve termine. 

Secondo Standard & Poor’s, ci sarà un indebolimento della domanda, che colpirà nel tempo i risultati operativi delle imprese e il flusso di cassa. Nonostante la ripresa post-Covid, che ha lasciato nel primo trimestre del 2022 “molte aziende con utili solidi e profili di rifinanziamento favorevoli dopo due anni di liquidità a basso costo”, la qualità del credito sarà messa sotto pressione nel corso dell’anno prossimo.

“In Europa, tra le società non finanziarie di livello speculativo tipicamente sensibili alle flessioni, hotel, giochi, tempo libero, carta, imballaggi e vendita al dettaglio sembrano più suscettibili a un aumento della leva finanziaria oltre il livello del 2019, anche in una lieve recessione” si legge nel report. “I settori del petrolio e del gas, dei metalli e delle miniere e, in misura minore, i settori aerospaziale e della difesa sono chiari beneficiari dell’impennata dei prezzi delle materie prime in un contesto di crescenti problemi di sicurezza”.

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