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Allarme dell'OCSE: salari italiani inferiori al livello degli anni Novanta

Allarme dell’OCSE: salari italiani inferiori al livello degli anni Novanta

Secondo il più recente studio dell’OCSE, l’Italia ha registrato la maggiore diminuzione dei salari reali rispetto ad altri Paesi di dimensioni simili. Sebbene i salari nominali siano aumentati, tale incremento non è stato sufficiente a compensare l’accelerazione dell’inflazione. La modesta crescita dei redditi non è adeguata per mantenere il passo con l’aumento dei costi della vita.

Cosa ha detto l’OCSE in generale nel report sui salari

Il rapporto evidenzia un ritorno alla crescita dei salari reali su base annua in diversi Paesi, ma con la maggior parte di essi ancora al di sotto dei livelli pre-pandemici del 2019. Nel terzo trimestre del 2023, la crescita annuale dei salari reali è stata positiva in 25 dei 35 Paesi monitorati, con un modesto tasso dell’1,4%. Nonostante ciò, in 20 Paesi i salari reali restavano al di sotto dei livelli del quarto trimestre del 2019, sebbene su scala globale si sia osservata una ripresa.

La crescita dei salari nominali, seppur sostenuta, mostra segni di stabilizzazione. Nei dati relativi alla fine del 2023, non emergono segni di un’ulteriore accelerazione della crescita dei salari nominali, mentre alcuni indicatori suggeriscono addirittura una decelerazione, come evidenziato dalle offerte di lavoro online. L’aumento recente dei salari reali è in gran parte attribuibile alla diminuzione dell’inflazione.

Un punto positivo è rappresentato dai salari minimi legali, che in termini reali risultano superiori al 2019 nella maggior parte dei Paesi monitorati. A gennaio 2024, il salario minimo reale aveva registrato un incremento medio del 14% rispetto alla fine del 2019, con un aumento mediano del 9%. Questo trend riflette anche un miglioramento relativo nei salari dei lavoratori a bassa retribuzione in molti Paesi, suggerendo una maggiore equità nella distribuzione dei redditi.

Tuttavia, mentre i salari mostrano segni di ripresa, si osserva un rallentamento nella crescita dei profitti unitari, che in alcuni Paesi addirittura diventano negativi. Dopo un periodo di crescita notevole, i profitti unitari hanno cominciato a diminuire in diversi Paesi nei primi tre trimestri del 2023, indicando un assorbimento parziale dell’impatto inflazionistico dell’aumento del costo del lavoro. Nonostante ciò, la maggior parte dei Paesi dispone ancora di margini di profitto considerevoli, in virtù della significativa crescita registrata negli anni precedenti.

La situazione italiana

Secondo il recente rapporto dell’OCSE, tra i grandi Paesi membri dell’organizzazione, l’Italia ha sperimentato la più significativa riduzione dei salari reali. L’OCSE, che rappresenta un gruppo di economie industrializzate, ha evidenziato che l’Italia si colloca al primo posto tra le nazioni con maggior decremento dei salari reali, ossia dei salari calcolati in rapporto ai livelli dei prezzi.

Nel rapporto si sottolinea che l’Italia ha subito una diminuzione del 7,3% dei salari reali nel solo anno 2022 rispetto al 2021. La principale ragione di questa perdita di potere d’acquisto degli italiani è stata attribuita all’incremento dell’inflazione, causato principalmente dalla guerra in Ucraina e dall’aumento dei prezzi dell’energia.

Un confronto allarmante: salari reali attuali in caduta rispetto al 1990

In Italia, il calo del salario reale, considerato un indicatore fondamentale del potere d’acquisto individuale, è estremamente significativo. Secondo i dati forniti da Eurostat, si è verificata una regressione addirittura rispetto al livello registrato nel 1990. Già quattro anni fa, nel periodo compreso tra il 1990 e il 2020, si era osservato un declino del salario reale italiano pari al 2,9%. Nel 2022, questa tendenza è stata ulteriormente accentuata, con un calo del 7,3% rispetto all’anno precedente.

Se si analizza il periodo dal 2019 al 2022, emerge che il salario medio annuo per ogni lavoratore italiano è diminuito di circa mille euro. In altre parole, mentre nel 2019 il salario medio si attestava intorno ai 43.000 euro, nel 2022 si è ridotto a 42.000 euro.

Nel complesso, durante il triennio considerato, l’Italia ha registrato una diminuzione complessiva del 3,4% nei salari. Questa situazione ha collocato l’Italia tra i Paesi con la crescita salariale più bassa in Europa. Solamente in otto Stati dell’Unione Europea l’aumento degli stipendi è riuscito a compensare la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione, e l’Italia non è tra questi.

La crisi dei salari: Italia fanalino di coda tra le grandi economie

Per quanto riguarda i salari nominali, la Francia ha registrato il maggior aumento, con un incremento del 5%. In Germania e nella Repubblica Ceca, questi sono cresciuti rispettivamente del 2,7% e del 4,4%. Anche in Italia si è osservato un aumento dei salari, seppur modesto, pari all’1,1%, il quale però non è stato sufficiente a compensare il calo nel valore reale dei medesimi.

La situazione non migliora considerando solo il periodo più recente, ovvero il terzo trimestre del 2023. Durante quei mesi, il rapporto dell’OCSE ha evidenziato un aumento medio degli stipendi dell’1,4% nei 35 Paesi analizzati. Di questi, 25 hanno registrato una crescita nei salari. L’Italia si colloca tra i restanti dieci paesi, in cui non vi è stato un incremento nei salari, ma è anche uno dei tre stati, insieme alla Slovacchia e alla Repubblica Ceca, in cui si osserva un miglioramento rispetto ai due trimestri precedenti.

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