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Fondi private equity: 9 operatori su 10 usano l’AI per scegliere le aziende

I fondi private equity italiani stanno integrando sempre di più l’intelligenza artificiale nella ricerca delle imprese su cui investire. La tecnologia sostiene analisi e selezione, mentre il mercato attende meno operazioni nella seconda metà del 2026 e una crescita dei deal di minore valore.

Fondi private equity: l’87,5% degli investitori integra l’AI nella selezione delle imprese

L’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo crescente nelle attività dei fondi private equity, gli operatori che investono nel capitale di società con l’obiettivo di accrescerne il valore e cederle in una fase successiva. Secondo lo studio Deloitte Private Italy Private Equity Confidence Survey – Outlook per il secondo semestre 2026, l’87,5% degli operatori italiani utilizza l’AI nella scelta delle aziende target, con un aumento di 12,5 punti percentuali rispetto al semestre precedente.

Per il 37,5% degli investitori, l’intelligenza artificiale rappresenta un fattore che incide sulle decisioni. Un ulteriore 50% ne riconosce l’utilità, pur mantenendo centrali i criteri di valutazione tradizionali. Il suo impiego riguarda soprattutto la raccolta, l’elaborazione e l’analisi delle informazioni, oltre alla ricerca di nuove opportunità di investimento.

Elio Milantoni, Senior Partner M&A di Deloitte, distingue due ambiti. Il primo riguarda il supporto agli operatori nella selezione delle imprese da esaminare. Il secondo interessa la due diligence, cioè l’analisi svolta prima di un’acquisizione per verificare condizioni, rischi e potenzialità della società. In questa fase, i fondi valutano se l’impresa abbia adottato strumenti di IA e quali miglioramenti possano essere introdotti dopo l’operazione.

L’analisi prosegue durante il periodo di investimento. L’intelligenza artificiale può contribuire a rendere le società partecipate più efficienti e competitive oppure più interessanti per il mercato quando si avvicina la cessione.

Private equity italiano: previste 251 operazioni nella seconda metà del 2026

Il maggiore impiego dell’AI si inserisce in una fase di cautela per il mercato italiano. In uno scenario segnato da instabilità geopolitica e commerciale, per la seconda metà del 2026 sono previste 251 operazioni di private equity e venture capital, il 28% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Nel primo semestre dell’anno erano state registrate 299 operazioni, con una crescita del 20% sul corrispondente periodo precedente.

Le attese indicano un calo del peso delle transazioni superiori a 31 milioni di euro. La loro quota dovrebbe ridursi di 16,9 punti percentuali, fino al 35,4% del totale. Aumenterebbero, invece, le operazioni sotto i 30 milioni, previste al 64,6%. La fascia compresa tra 16 e 30 milioni dovrebbe raggiungere il 37,5%, mentre quella tra 5 e 15 milioni salirebbe al 18,8%.

Il manifatturiero resta il comparto più attrattivo, indicato dal 28,7% degli investitori. Seguono il settore alimentare e delle bevande, al 13,9%, e i beni di consumo, al 12%. Il settore farmaceutico sale al 9,3%, mentre quello delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione scende all’8,3%. Cresce l’interesse per i servizi e per le tecnologie legate alla transizione ambientale.

Sul piano geografico, il Nord Italia conserva il primato con il 72,9% delle operazioni concluse negli ultimi sei mesi, pur perdendo 16 punti percentuali. Il Centro Italia sale al 16,7%, il Sud raggiunge il 6,3% e gli investimenti oltreconfine scendono al 4,2%.

Investimenti ESG: il 27,9% verifica i criteri prima dell’acquisizione

Accanto alla tecnologia, acquistano rilievo i criteri ESG, cioè gli elementi ambientali, sociali e di corretta gestione aziendale usati per valutare un investimento. Il 27,9% degli operatori ne controlla il rispetto durante la due diligence e prima della conclusione dell’operazione. Il 23% introduce politiche sostenibili nelle società presenti in portafoglio, mentre il 17,2% utilizza tali criteri come leva per creare valore sin dall’esame iniziale delle opportunità.

L’intelligenza artificiale non elimina il ruolo delle competenze umane. Secondo Milantoni di Deloitte Private, le attività a minor valore possono essere affidate agli strumenti automatici, mentre interpretazione dei dati, decisione finale e rapporto con amministratori e dirigenti restano compiti delle persone.

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