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Il paradosso del BTP Valore: sazietà nazionale e timori Eurozona

Il paradosso del BTP Valore: sazietà nazionale e timori Eurozona

La quarta emissione del BTP Valore è stata un test significativo per valutare quanto il debito pubblico possa essere assorbito senza problemi.

Raccolta tra luci e ombre per il BTP Valore

La quarta edizione del BTP Valore ha chiuso con una raccolta di 11,2 miliardi di euro. Nell’ultimo giorno di collocamento, la domanda ha raggiunto i 970 milioni, registrando un incremento rispetto alla terza giornata, che aveva totalizzato 6,56 miliardi.

Tuttavia, oltre al collocamento, il dibattito sui conti pubblici è stato catalizzato anche dal Superbonus. Il ministro Giorgetti ha paragonato la necessità di dilazionare i crediti del Superbonus su 10 anni al disastro del Vajont, mentre la Dataroom di Milena Gabanelli sul sito del Corriere ha descritto i conti pubblici italiani come un “sfascio”.

Queste parole hanno avuto un impatto significativo, specialmente considerando che i conti pubblici sottendono il debito oggetto di collocamento. Sebbene il MEF sperasse in un risultato diverso, l’asta ha agito più come uno stress test (cioè un esercizio di simulazione volto a misurare la capacita di fronteggiare scenari avversi) che come un semplice collocamento.

Era necessario comprendere fino a che punto gli italiani fossero disposti ad investire nel debito pubblico, e sembra che questa disposizione sia diminuita, non tanto per mancanza di fiducia o per timore di future misure di austerità imposte dall’Europa, ma piuttosto a causa delle pressioni finanziarie dovute ai salari stagnanti, all’inflazione e agli impatti economici della pandemia.

Le strategie del MEF per il trasferimento del rischio

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze sta attualmente sviluppando strategie per valutare fino a che punto sia possibile trasferire il rischio Paese dalle banche ai cittadini e risparmiatori. Allo stesso tempo, la Banca Centrale Europea sta influenzando il calendario delle emissioni di titoli di Stato italiane, poiché entro la fine dell’anno interromperà il reinvestimento dei BTP acquistati nel contesto del programma di acquisto pandemico (PEPP), e inizierà a ridurre il proprio bilancio.

Ciò significa che l’Italia dovrà trovare nuovi acquirenti per i propri titoli di Stato. Tuttavia, le banche sono già gravate da un eccesso di debito e non sembrano inclini ad assumersene ulteriori. Pertanto, la strategia preferenziale diventa quella di incentivare il possesso di debito italiano tra i cittadini del paese, una mossa che il governo sembra favorire (molto). È infatti evidente dal discorso del Ministro Giorgetti che si è espresso a favore dell’utilizzo della ricchezza privata a beneficio del paese.

Il rischio? Che lo sostengano (anche) le famiglie

La Banca Centrale Europea ha comunicato chiaramente a Bankitalia che sarebbe prudente iniziare a spostare il rischio verso le famiglie, almeno per comprendere la quantità di debito che possono sostenere. Questo è particolarmente importante prima che inizi effettivamente un eventuale “tsunami”, nel momento in cui Francoforte avvierà un programma di riduzione del bilancio riguardante i titoli acquistati dopo il 2020.

Tuttavia, già oggi le famiglie italiane detengono direttamente il 13,5% del debito pubblico, con un ulteriore 26,5% detenuto indirettamente tramite banche e intermediari, oltre alla quota di risparmio postale.

In sintesi, sorprendentemente, le famiglie italiane già detengono circa il 47% del debito pubblico rappresentato da titoli di Stato e risparmio postale in circolazione. Tuttavia, resta da chiedersi se desidereranno incrementare ulteriormente la loro quota, e se dispongono delle risorse finanziarie necessarie per farlo nei tempi, nei modi e nei volumi richiesti dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per compensare la riduzione degli investimenti della BCE tramite il programma PEPP.

Questo, ovviamente, tenendo conto dell’influenza persuasiva di Mario Draghi, che potrebbe accelerare o rallentare il processo.

Quindi, le costanti emissioni durante i primi mesi del 2024, nonostante i tassi di interesse al massimo e l’attesa di un possibile taglio a giugno, hanno rappresentato una priorità immediata per raccogliere fondi. Queste emissioni hanno funzionato anche come un test di resistenza e capacità di assorbimento, in previsione delle azioni future della BCE.

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