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TARI, al Sud nel 2025 si pagano 90 euro in più rispetto al Nord

Secondo il Green Book 2026, la raccolta differenziata a livello nazionale è migliorata e il riciclo è salito al 52%, ma il divario resta: al Sud la carenza di impianti porta la bolletta dei rifiuti a 378 euro, contro i 288 del Nord.

In Italia, la raccolta differenziata è in crescita, migliora anche il riciclo, ma la bolletta dei rifiuti continua a pesare in maniera disomogenea lungo la Penisola. In particolare, al Sud la TARI costa 90 euro in più rispetto al Nord. Lo certifica il Green Book 2026, il rapporto annuale promosso da Utilitalia e curato dalla Fondazione Utilitatis.

Differenziata in crescita

L’indagine offre un quadro ampio e dettagliato sullo stato del settore, a partire dai volumi della produzione nazionale dei rifiuti urbani nel 2024 (ultimi dati disponibili) che raggiungono i 29,9 milioni di tonnellate, il 2,3% in più dell’anno precedente. La raccolta differenziata si attesta invece al 68% della produzione nazionale (+1%), per un valore pari a quasi 20,3 milioni di tonnellate. Aumenta anche il tasso di riciclaggio, che arriva al 52%, in crescita dell’1,3% rispetto al 2023.

Riciclo: le filiere più efficienti

Attualmente, a livello nazionale, a trainare il riciclo sono soprattutto tre filiere:

  • l’organico, che pesa per il 41%;
  • la carta e il cartone, al 25%;
  • il vetro, al 13%.

Più complicata la partita della plastica, la frazione che genera maggiori difficoltà: i costi di raccolta e trattamento oscillano tra 43 e 53 centesimi al chilo, appesantiti dalla presenza di materiali estranei e dalla concorrenza delle materie prime vergini, spesso più economiche del materiale riciclato.

TARI: le ragioni dei maggiori costi al Sud

La disomogeneità più evidente nella Penisola – come accennato in apertura – riguarda la TARI. Secondo il Green Book 2026, nel 2025 una famiglia tipo di tre persone, residente in un’abitazione di 100 metri quadrati, ha versato:

  • 288 euro al Nord;
  • 358 euro al Centro;
  • 378 euro al Sud.

I 90 euro circa che il Sud versa in più di tassa dei rifiuti, rispetto al Settentrione, trovano la propria ragion d’essere nella carenza di impianti. Il Sud produce circa 9 milioni di tonnellate di rifiuti urbani l’anno, con una differenziata al 60% e un 37% del totale che finisce ancora in discarica, contro una media nazionale ferma al 15%. La dipendenza dalle discariche, sommata alla necessità di trasferire una parte dei rifiuti verso il Centro-Nord per il trattamento, porta i costi di gestione fino ai 378 euro.

Gli obiettivi 2035 e il deficit impiantistico

Il riciclo nazionale resta comunque distante dagli obiettivi fissati dall’Europa per il 2035, ovvero una soglia del 65% per il riciclo e un tetto del 10% per i rifiuti destinati alla discarica. Per centrarli, l’Italia deve recuperare il ritardo infrastrutturale che grava sul Mezzogiorno e la Sicilia. Il rapporto stima che per la data fissata, nelle due aree, serviranno:

  • 1,7 milioni di tonnellate di capacità aggiuntiva per il trattamento dell’organico;
  • 1,1 milioni di tonnellate per la gestione dell’indifferenziato residuo.

L’estensione del meccanismo ETS ai termovalorizzatori

Sull’immediato futuro, per la gestione dei rifiuti, si apre un nuovo fronte critico, ovvero la possibile inclusione dei termovalorizzatori nel sistema Ets (sistema europeo per lo scambio di quote di emissioni), a partire dal 2028. Attualmente, nel Mezzogiorno risultano attivi soltanto sei impianti, tra cui quello di Acerra che da solo assorbe quasi il 73% dei rifiuti inceneriti nell’area.

“L’eventuale inclusione dei termovalorizzatori nel sistema rischia di generare ulteriori aggravi tariffari per Comuni, cittadini e imprese, senza produrre benefici ambientali significativi. Gli impianti di riciclo e quelli di recupero energetico sono indispensabili per promuovere la gestione dei rifiuti in un’ottica di economia circolare. Il Pnrr ha favorito lo sviluppo dell’impiantistica di riciclo, contribuendo a riequilibrare in parte le differenze tra Nord e Sud”, spiega Dal Fabbro, presidente di Utilitalia, a Il Sole 24 Ore.

“Sono essenziali per la chiusura del ciclo perché permettono di trattare i materiali non riciclabili e di recuperare energia, senza ostacolare la raccolta differenziata ma anzi integrandola in un sistema sostenibile ed efficiente”, ha concluso il presidente.

Secondo le stime di Utilitalia e della Fondazione Utilitatis, presieduta da Mario Rosario Mazzola, l’eventuale applicazione del carbon pricing potrebbe produrre fino a 45 euro a tonnellata di aggravi tariffari e fino a 350 milioni di euro l’anno di oneri aggiuntivi.

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