Stipendi fermi e crescita fragile: nell’ultimo bollettino economico Bankitalia esclude rialzi salariali per l’anno in corso e avverte sui rischi dei rincari energetici per PIL ed export italiano.
Un incremento significativo degli stipendi, capace di compensare la perdita di potere d’acquisto, generata dall’inflazione degli ultimi anni, è per il 2026 uno scenario poco realistico. Ad affermarlo è la Banca d’Italia, la quale, nell’ambito del suo ultimo bollettino economico, ha ricordato come il sistema di contrattazione collettiva vigente non preveda, in linea generale, meccanismi automatici di indicizzazione delle retribuzioni all’andamento dei prezzi. Nei pochi accordi che li contemplano, l’adeguamento salariare viene calcolato sulla base di un indice che esclude i beni energetici importati. Una scelta tecnica che attenua, per definizione, l’effetto sulle buste paga, in presenza di shock energetici.
Secondo l’istituto di Via Nazionale, la probabilità di aumenti concreti degli stipendi risulta alquanto probabile anche per il fatto che la quota di contratti collettivi ancora in attesa di rinnovo è attualmente molto ridotta.
Le previsioni sull’economia italiana
A pesare sulle prospettive di crescita del Paese è principalmente il conflitto mediorientale, con riflessi diretti sui consumi delle famiglie e sull’erogazione del credito bancario. Bankitalia, nella sua ultima analisi citata da Ansa, conferma una stima di crescita del PIL al +0,5% per il 2026, una proiezione che andrebbe ad azzerarsi nello scenario più critico, ovvero nel caso in cui i prezzi del petrolio dovessero rimanere elevati a lungo. Nei primi tre mesi dell’anno, l’incertezza e i rincari energetici hanno già frenato la spesa delle famiglie, in questo contesto il protrarsi del conflitto potrebbe elevare la percezione del rischio, rendendole banche più caute nella concessione del credito.
Sul fronte dei prezzi, la trasmissione dei rincari energetici si è finora concentrata sui carburanti, senza ancora riflettersi in maniera marcata sulle tariffe di elettricità e gas. L’istituto centrale ribadisce le stime di un’inflazione al 2,6% nel 2026, destinata a rientrare sotto la soglia del 2%, nel biennio successivo. In caso di scenario più avverso, le proiezioni si deteriorano sensibilmente: 4,5% nel 2026, 3,3% nel 2027 e 2,2% nel 2028.
Export e settori energivori nel mirino
Prezzi cronicamente elevati dell’energia non incidono esclusivamente sul potere d’acquisto interno, compromettono anche la competitività internazionale del sistema produttivo italiano. Bankitalia segnala il rischio specifico per i comparti energivori, quali chimica, metallurgia, lavorazione di minerali non metalliferi e carta, che nel loro insieme valgono il 16% delle esportazioni italiane di beni (percentuale analoga a quella Germania).
Sotto pressione risultano anche le relazioni commerciali con i Paesi del Golfo, mercato di destinazione in crescita per l’Italia: nel 2025 ha pesato circa il 4% delle esportazioni nazionali di beni. Macchinari e prodotti in metallo hanno rappresentato oltre un quarto del totale, affiancati da alimentari, moda, farmaceutica e gioielleria, segmenti di punta del Made in Italy.
Sul fronte delle importazioni invece, i flussi non energetici dal Medio Oriente sono rimasti contenuti (meno dell’1% del totale) e concentrati su metalli (alluminio) e prodotti chimici di base. Nel settore dei servizi, l’Italia registra un disavanzo verso i paesi del Golfo, principalmente per effetto dei trasporti. Esclusi quest’ultimi, il saldo torna positivo per quasi un miliardo di euro, trainato dal turismo, che da quell’area genera circa il 3% delle entrate turistiche italiane.










