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Pignoramenti conto corrente

Pignoramenti conto corrente: fino a 120mila procedure nel 2026, accelerano i recuperi del Fisco

Nel 2026 l’Agenzia delle Entrate-Riscossione intensifica le attività di recupero. Le stime indicano fino a 120mila pignoramenti del conto corrente, favoriti dalla digitalizzazione dei controlli e dall’incrocio delle banche dati fiscali e bancarie.

Pignoramenti conto corrente: nel mirino debiti fiscali e cartelle non pagate

L’Agenzia delle Entrate-Riscossione sta rafforzando il ricorso ai pignoramenti del conto corrente per il recupero dei crediti fiscali. Secondo le stime, entro la fine del 2026 potrebbero essere emesse tra 100mila e 120mila procedure di pignoramento presso terzi, con una forte concentrazione delle notifiche in Lombardia, Lazio e Campania.

L’accelerazione delle attività di recupero è legata alla crescente digitalizzazione del sistema tributario. L’incrocio automatico delle informazioni fiscali e bancarie consente di individuare con maggiore rapidità conti correnti e rapporti finanziari intestati ai contribuenti con posizioni debitorie aperte, riducendo i tempi necessari per avviare le procedure esecutive.

Nel perimetro dell’azione di riscossione rientrano imprese, professionisti, lavoratori autonomi e cittadini con cartelle esattoriali non saldate, rateizzazioni decadute o debiti fiscali accumulati nel tempo. Per le aziende, le situazioni più frequenti riguardano Iva non versata, imposte sui redditi insolute e contributi previdenziali arretrati. Per le persone fisiche, invece, le pendenze possono derivare anche da bollo auto, Tari, multe stradali e tributi locali non pagati.

Un aspetto rilevante riguarda la crescita del debito nel tempo. Interessi, sanzioni e spese di riscossione possono far aumentare importi inizialmente contenuti, fino a trasformarli in esposizioni difficili da sostenere. Il fenomeno riguarda sia i grandi debitori sia i contribuenti che hanno accumulato pendenze fiscali di importo più limitato.

Come funziona il pignoramento e quali effetti produce su imprese e professionisti

Il pignoramento presso terzi consente all’Agenzia delle Entrate-Riscossione di intervenire sulle somme depositate nei conti correnti dei debitori. Quando la banca riceve l’atto di pignoramento, deve bloccare subito le disponibilità presenti fino all’importo richiesto dal Fisco.

L’istituto di credito dispone poi di 60 giorni per trasferire le somme all’ente creditore. La procedura non richiede una preventiva autorizzazione del giudice. Questo rende il meccanismo più rapido rispetto ad altre forme di esecuzione forzata e consente tempi più brevi nelle attività di recupero.

In molti casi il contribuente scopre il vincolo quando prova a effettuare un bonifico, un prelievo o un pagamento elettronico. Le conseguenze possono essere rilevanti per imprese e professionisti, poiché il blocco delle somme disponibili può incidere sulla liquidità e rallentare pagamenti a fornitori, stipendi, rate e altre attività quotidiane.

Il contesto economico degli ultimi anni ha aggravato molte posizioni debitorie. Inflazione, aumento dei costi energetici e tensioni sulla liquidità hanno spinto numerose imprese e famiglie a rinviare adempimenti fiscali e contributivi, accumulando arretrati oggi al centro delle attività di recupero.

La normativa prevede alcune tutele. Stipendi e pensioni accreditati sul conto corrente non possono essere pignorati per intero e restano soggetti ai limiti stabiliti dalla legge. Questo non rende però il conto del tutto protetto, poiché una quota delle somme può essere vincolata entro le soglie previste.

Rateizzazione e controlli preventivi per evitare il blocco del conto

Per i contribuenti con debiti fiscali, la tempestività resta decisiva. Intervenire prima dell’avvio della procedura esecutiva consente di accedere a strumenti utili per evitare il blocco del conto corrente.

La soluzione più usata è la rateizzazione del debito. Per importi fino a 120mila euro la richiesta può essere presentata attraverso i canali dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Per somme superiori occorre dimostrare una situazione di temporanea difficoltà economico-finanziaria secondo i criteri stabiliti dal decreto del Ministero dell’Economia del 27 dicembre 2024.

Le persone fisiche e le ditte individuali in regime semplificato devono documentare lo stato di difficoltà attraverso il rapporto tra Isee e debito residuo. Gli altri soggetti devono presentare documentazione aggiuntiva sulla liquidità disponibile e sulla sostenibilità del piano di rientro.

Quando la rateizzazione viene concessa e le scadenze vengono rispettate, le procedure esecutive vengono di norma sospese. Il contribuente può così mantenere operativo il conto corrente e gestire il debito in modo più sostenibile nel tempo.

Accanto alla rateizzazione conta anche la verifica delle richieste ricevute. In alcune situazioni possono emergere errori negli importi, irregolarità nelle notifiche o questioni legate alla prescrizione del debito. Per questo molti contribuenti si rivolgono a professionisti specializzati per analizzare la documentazione e valutare le possibili forme di tutela.

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