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Credito alle PMI: gap fra domanda e offerta, ma AI e tecnologia possono aiutare

Con il recente aumento dei tassi di interesse da parte di BCE e la crescente selettività del credito in essere ormai da anni, le micro e piccole imprese fanno sempre più fatica a ottenere fondi e a ripagare i prestiti in essere.

Credito alle PMI: la domanda supera l’offerta

L’evoluzione del framework regolamentare, da Basilea III in avanti, ha rafforzato i requisiti prudenziali e spinto gli intermediari verso modelli di allocazione del credito più selettivi e risk-based. In questo contesto, le imprese di dimensioni minori tendono ad avere meno possibilità di ottenere finanziamenti da parte del loro canale preferenziale, ovvero quello bancario.

Il risultato è una progressiva polarizzazione: le imprese più grandi e con fondamentali solidi continuano ad accedere al credito, mentre quelle più piccole o meno strutturate incontrano barriere crescenti, sia in termini di pricing sia di disponibilità.

Durante la fase pandemica, gli strumenti di garanzia pubblica hanno rappresentato un fattore chiave di stabilizzazione, consentendo un’espansione significativa del credito verso il segmento PMI.

La progressiva riduzione di questi schemi sta però riportando il sistema verso condizioni di mercato in cui la valutazione del merito creditizio torna centrale. In assenza di adeguate garanzie reali o personali, molte microimprese faticano a soddisfare i criteri di bancabilità.

Questo processo rischia di tradursi in un credito fortemente selettivo, con effetti potenzialmente rilevanti sul tessuto produttivo, soprattutto in economie, come quella italiana, fortemente basate su imprese di piccola dimensione.

Credito alle PMI: i nuovi canali di finanziamento

In risposta a queste dinamiche, si sta progressivamente ampliando il ruolo di canali alternativi al credito bancario tradizionale. Private debt, direct lending e piattaforme fintech stanno intercettando una parte crescente della domanda.

Oltre a nuovi operatori e canali, un possibile fattore di aiuto per le PMI in cerca di fondi è rappresentato dall’evoluzione tecnologica. L’utilizzo di dati alternativi, modelli di scoring avanzati e intelligenza artificiale può contribuire a ridurre le asimmetrie informative e migliorare la valutazione del rischio.

In prospettiva, questi strumenti potrebbero consentire una maggiore inclusione finanziaria, rendendo bancabili soggetti oggi esclusi dai circuiti tradizionali.

Ne abbiamo parlato con Andrea Mignanelli,Presidente di KLARO,piattaforma digitale basata sull’intelligenza artificiale che ha come obiettivo facilitare l’accesso ai finanziamenti e migliorare la gestione della liquidità delle piccole imprese italiane.

Quanto è complicato oggi avere accesso al credito per le piccole e microimprese?

È abbastanza complicato: se guardiamo i dati di Bankitalia, nell’ultimo decennio i prestiti erogati dal sistema bancario alle realtà di minori dimensioni sono passati dai 170 miliardi di euro del 2014 ai 95 miliardi del 2025, cioè il 45% in meno. E stiamo parlando di aziende in salute, che occupano oltre 11 milioni di addetti. Il problema principale risiede nell’asimmetria informativa: per la banca, è molto difficile reperire informazioni complete, certificate e aggiornate sui soggetti da valutare, e questo è tanto più vero su pratiche di basso importo, il cui costo di istruttoria è sproporzionato rispetto al rendimento; ma anche per l’impresa, soprattutto se piccola (quindi scarsamente digitalizzata e con una limitata educazione finanziaria), è molto oneroso, lungo e complesso recuperare tutti i dati bancari, fiscali e contributivi che servono. Proprio per fare incontrare queste due esigenze abbiamo dato vita a KLARO, una piattaforma che consente di raccogliere tutte le informazioni necessarie a un’istruttoria corretta nel giro di pochi minuti, invece che in settimane.

I modelli tradizionali di credit scoring risultano ancora adeguati a valutare questo segmento e dove vede i principali limiti?

L’accuracy ratio dei modelli outside-in è materialmente più bassa sulla fascia delle micro-piccole imprese, rispetto a privati e imprese medio-grandi, perché si tratta di un segmento che lascia poche tracce digitali. Su 3 milioni di aziende che fatturano tra i 200.000 e i 10 milioni di euro, ben due terzi non sono obbligate a depositare i bilanci, dunque i modelli che tradizionalmente si basano proprio sui bilanci non riescono a valutarle. Inoltre, questi sistemi non vedono i movimenti bancari, né accedono ad altre banche dati ufficiali (INPS, Cassetto Fiscale, Agenzia delle Entrate) che permettono di avere un quadro a 360 gradi della salute aziendale. Occorre dunque cambiare il paradigma: da outside-in a inside-out, con le imprese stesse che accedono ai propri dati in maniera sicura, rapida e sistematica e li condividono con banche, confidi o mediatori, in una sorta di “trasparenza controllata”.

Quale ruolo possono avere AI e le nuove tecnologie nella riduzione delle asimmetrie informative e nel favorire l’accesso al credito da parte delle PMI?

L’intelligenza artificiale e gli strumenti digitali giocano un ruolo di primo piano, perché consentono di orientarsi rapidamente in una mole enorme di informazioni, riconoscendo e selezionando solo quelle utili.  Oggi siamo di fronte a due eccezionali condizioni abilitanti per la nascita di un’iniziativa come KLARO.  Da un lato, c’è l’eccellente infrastruttura dati sulle imprese di cui l’Italia dispone, prima in Europa, grazie alla notevole diffusione sia dell’open banking (la normativa PSD2 ha abituato gli imprenditori a connettere i vari conti bancari e a condividere le informazioni con i soggetti della filiera del credito), sia della fatturazione elettronica; dall’altro, c’è l’utilizzo sempre più pervasivo dell’AI nell’analizzare e sistematizzare tutti questi dati.

L’Italia non è un Paese noto per il suo livello di digitalizzazione, le PMI si stanno avvicinando al digital lending con convinzione o ci sono delle resistenze?

Non possiamo nasconderci che il livello di pervasività degli strumenti digitali nelle micro e piccole imprese italiane è ancora molto basso rispetto al resto d’Europa, meno del 20% stando agli ultimi dati ISTAT, ma si tratta di una percentuale in crescita, in particolare tra gli imprenditori più giovani. E questo fa ben sperare.

Non c’è il rischio che le piattaforme fintech, invece di colmare il funding gap fra piccole e grandi organizzazioni, si concentrino sugli stessi segmenti già serviti dal sistema bancario?

Direi di no. Ad oggi il direct lending tra le PMI non supera la cifra di 1 miliardo e 400 milioni di euro, di cui appena 400 milioni dedicati a prestiti di piccolo taglio, cioè fino a 150.000 euro, per le micro e piccole imprese: un’inezia se li si confronta con i 20 miliardi di euro della Francia. Bisogna creare un ambiente fertile per favorire una diffusione del credito più capillare.

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